Devo ammettere che se qualcuno mi avesse detto che un giorno sarei riuscito ad entrare ad un allenamento dei Niners con delle credenziali da giornalista lo avrei preso per pazzo. Ma gli Stati Uniti non sono forse il paese delle opportunità e della libera iniziativa? Non è questo il posto dove delle persone considerate dei visionari hanno accumulato delle fortune sulla base di una strampalata idea?
Allora perché non tentare di portare a compimento una missione in fondo molto più semplice, quale può essere incontrare i propri beniamini nel loro Sancta Sanctorum?
Invio una mail al giornalista Matt Maiocco, che giornalmente si occupa dei 49ers per il “Santa Rosa Press-Democrat”, e che si era già dimostrato oltremodo disponibile per un intervista telematica con i due 49ers faithful Ciro & Angy, e Maiocco molto gentilmente mi fornisce i contatti a cui chiedere un pass per le training facilities di 49ers e Raiders. Dopo qualche frenetico scambio di e-mails, la mattina prima della partenza vengo contattato dall’ ufficio per le relazioni con la stampa estera della Nfl e mi casca la mandibola dallo stupore: giovedì 9 ottobre 2008, alle ore 11.30 del mattino, potrò entrare agli allenamenti dei 49ers a Santa Clara!
Santa Clara
L’ indirizzo è “4949 Centennial Boulevard” e dal finestrino dell’ autobus che mi ci porta si notano tutte le “grandi firme” che hanno reso celebri (e miliardaria) la Silicon Valley: passiamo davanti a Google, Yahoo, Cisco e tante altre aziende che io non conosco di nome ma con cui abbiamo sicuramente a che fare quotidianamente. Incastonata tra Cisco Systems e la Santa Clara Youth Soccer School (una meraviglia, per inciso credo che nessuna squadra Italiana di Serie A abbia a disposizione le attrezzature che hanno i ragazzi del posto per giocare a calcio) si erge la struttura a due piani meta del mio pellegrinaggio.

L’ insegna all’ entrata della sede dei 49ers
The Marie P. De Bartolo Sports Centre, eccola qui, ci sono davanti. Ne sento parlare da quasi venti anni e ora non riesco a credere di esserci arrivato, che devo fare ora? Ok, me ne vado, entro in un bar ad ubriacarmi, tanto non mi faranno mai entrare. Ma prima faccio un paio di foto. Qui c’è scritto “Authorized Personnel Only”, io non faccio parte di nessuna di queste categorie, anzi si, della terza, i soli, quelli che restano sempre soli dopo aver fatto la cazzata di viaggiare per 24 ore per andare ad ammirare una siepe Californiana con recinzione.

L’ esterno del complesso
Mentre mi ponevo questi inquietanti dubbi esce dall’ edificio il simpaticissimo Dario Montenegro, addetto alla security, e mi chiede chi io sia. Gli mostro la mail della Nfl con le coordinate dell’ appuntamento e, con mia grande sorpresa, mi dice che “ero atteso” (!!!) e mi fa accomodare nella sala riservata alla stampa, dicendo di attendere l’orario fissato, orario in cui mi verrà a prendere per portarmi sul campo di allenamento.
L’ attesa di una mezz’oretta in sala stampa mi serve per comprendere il metodo di lavoro dei giornalisti accreditati presso la struttura. Ognuno di loro ha la propria postazione dedicata, con accesso a telefono ed internet, dalla quale possono inviare ai rispettivi giornali e siti web tutte le “Niners-news” man mano che le raccolgono, direttamente dalla sorgente principale. Su di un tavolo sono sistemate le Media Guides delle squadre avversarie dei 49ers per la stagione in corso, dei fogli con tutte le notizie e le interviste degli ultimi giorni e degli avvisi di carattere logistico per orientarsi nella “media schedule” stabilita dagli addetti alle relazioni con i media.
Leggo infatti un’ intervista rilasciata dal quarterback titolare J.T. O’ Sullivan il giorno prima, una dell’ head coach Mike Nolan dopo la sconfitta contro New England, ed anche due interviste della serie “conference call”, conversazioni telefoniche con membri della squadra che affronterà i Niners la domenica seguente, in questo caso Andy Reid e De Sean Jackson, rispettivamente head coach e ricevitore dei Philadelphia Eagles.
Durante il colloquio con O’ Sullivan ci doveva essere stata un’ atmosfera abbastanza pesante, in quanto alla domanda: “Sei stato intercettato cinque volte nelle ultime due partite, pensi che le difese ti abbiano preso le contromisure rispetto alle prime tre gare?” è palese un certo nervosismo del quarterback nella risposta: “Non credo, o meglio: tu vuoi che io risponda alla domanda sul perché io creda ci siano stati degli intercetti nelle ultime due gare? E’ questo quello che vuoi sapere?” Non contento, il giornalista incalza: “Ciò che vorrei sapere è se le difese stanno cercando di indovinare chi sia il tuo bersaglio principale e toglierti l’ opzione. E se ciò ti sta causando dei problemi.” A questo punto J. T. non raccoglie quella che sembra una provocazione e taglia corto: “Io credo di fare un buon lavoro nelle letture. I turnovers purtroppo possono accadere ma io non voglio esitare nelle mie decisioni, se vedo qualcosa che non va lancio ai ricevitori più liberi.”
L’ intervista con Nolan ovviamente tocca tutti i punti critici di quella settimana: la cattiva protezione del quarterback contro New Orleans e New England, che contromisure pensa il coach di prendere sui blitz che certamente gli starà preparando Jim Johnson, il defensive coordinator degli Eagles, se abbia dei ripensamenti sul fatto di non aver scelto De Sean Jackson, che è un “local hero” avendo speso la sua carriera universitaria a Cal Berkeley. Nolan se la cava egregiamente, con molta diplomazia, nonostante non sia un buon periodo per la sua carriera, come dimostreranno gli eventi dei giorni a seguire.
Mentre sono assorto in queste letture entra nella stanza una vera e propria leggenda: Joe Starkey, il radiocronista che dal 1989 tiene banco dalle frequenze delle radio Californiane con il suo caratteristico play-by-play di ogni partita dei 49ers. Mi presento e gli dico di essere un fan che viene dalla lontana Italia e che ho ascoltato innumerevoli sue radiocronache, quasi sempre dalle frequenze della radio delle forze armate Usa e spesso ad orari proibitivi per noi Europei. Lo importuno ancora per pochi secondi quando gli chiedo se può regalarmi uno dei suoi trademark “Touchdown 49ers” per il mio registratore, e Joe se ne esce con una magnifica interpretazione. Un grande!
Intanto arrivano tutti gli altri giornalisti accreditati, dal San Francisco Chronicle, dal San Josè Mercury News, ecc., purtroppo non ci sarà Maiocco, come mi aveva già anticipato tramite e-mail: lui è a Santa Clara ogni giorno da anni e l’ unica volta che non può venire al lavoro è proprio oggi, un vero peccato perché mi avrebbe fatto un enorme piacere conoscerlo di persona.
A questo punto viene a prendermi, per condurmi sul campo d’ allenamento, Jason Jenkins, il direttore operativo per le relazioni pubbliche dei 49ers e personaggio chiave di tutta questa avventura. E’ lui che ha dato il consenso alla mia visita ed è lui che mi fa da guida nella struttura, mi mostra i campi, gli spogliatoi, la sala pesi, la film-room, dove Mike Nolan sta visionando delle partite degli Eagles, mi presenta ad Aaron Salkin, direttore generale delle pubbliche relazioni e portavoce della squadra e, ciliegina sulla torta, mi permette di scattare qualche foto alle pareti dove sono appesi i ritratti del “Ten Years Club” (i giocatori che hanno vestito le casacche scarlet & gold per almeno 10 anni) e quelli dei “Team Mvp”, scelti dai compagni di squadra anno per anno.
Unico neo: la sala trofei è chiusa per restauro e i cinque Vince Lombardi Trophy sono impacchettati.
Finalmente accedo al campo di allenamento, o meglio dovrei dire ai campi. Ci sono tre splendidi campi da football in erbetta sintetica uno di fianco all’ altro, evidentemente per dare modo a reparti diversi di allenarsi contemporaneamente.

The practice field
Seguo gli ultimi minuti dell’ allenamento mattutino, tenuto con le jersey rosse ma senza shoulder pads sotto, i giocatori iniziano a defluire verso le docce e verso gli impegni con i media. Inizio a riconoscerne alcuni, per altri devo aiutarmi con i numeri, l’ emozione è fortissima, cosa sarebbe successo se fossi stato qui ai tempi d’ oro? Mi sfilano davanti Joe Nedney, Delanie Walker, Eric Heitmann, Patrick Willis, Arnaz Battle, Joe Staley, Vernon Davis, ma sono troppi per nominarli tutti.

Arnaz Battle e Josh Morgan
Jason Jenkins annuncia che tra poco sarà disponibile per alcune domande Mike Martz, accendo il registratore e mi posiziono accanto al coach per la conferenza stampa.
Le prime domande sono sul limitato coinvolgimento del tight end Vernon Davis, che a quel punto della stagione ha totalizzato solo cinque ricezioni. Martz risponde a tutte le domande in modo serafico, dicendo che: “Quello di stamattina è stato il migliore allenamento dell’ anno, per la prima volta infatti tutti sembrano aver capito ciò che io voglio da loro, incluso Vernon. Vernon è uno dei migliori tight end della lega, sia per come blocca che per le ricezioni, ed inoltre anche quando il gioco non è chiamato su di lui attira un notevole numero di difensori. Avete notato il secondo gioco delle scorsa partita? (contro New England) Lui ha portato via una tripla marcatura e Delanie Walker (l’ altro tight end) era liberissimo.” (per la cronaca Walker ha droppato la palla nell’ occasione)
Poi ovviamente ci sono delle domande su come pensa di proteggere O’Sullivan dai blitz di Jim Johnson, altre su Isaac Bruce, che alla sua età corre ancora le traiettorie in modo perfetto, se pensa di schierare Frank Gore ancora come ricevitore o addirittura di fargli ricevere direttamente degli snap dalla wildcat formation, come stanno facendo i Miami Dolphins dall’ inizio del campionato.
Terminata la conferenza stampa di Martz i giornalisti vengono fatti entrare nella locker room, uno spazio organizzatissimo da cui si accede a tutte le strutture dell’ edificio. In bella evidenza ci sono due foto di Steve Young Nfl Mvp del 1994 e di Deion Sanders Defensive Player of the year per lo stesso anno.
C’è Frank Gore, che non si è allenato negli ultimi due giorni per non meglio specificate “non injury related issues”, è in borghese, parla al telefono ed è visibilmente a disagio per qualcosa, non dà confidenza a nessuno e quando entra la stampa si ritira nella weight room.
Aaron Salkin, forse per accontentare i giornalisti che magari si aspettavano di parlare con Gore, organizza una conferenza stampa con Vernon Davis, direttamente davanti al suo locker.
In canottiera Under Armour, che mette in risalto una muscolatura da fare invidia ai più rifiniti body builders (ha dei bicipiti e dei pettorali da spavento), Vernon risponde in modo cortese e rilassato alla sfilza di domande.
In settimana Nolan aveva affermato che Davis stava facendo un superbo lavoro nei bloccaggi, sia sulle corse che nei passaggi, e che doveva migliorare solo nel correre le traiettorie. Davis dice: “Non ho sentito nulla di questo, se non stessi correndo le traiettorie nel modo giusto qualcuno me lo avrebbe fatto notare di persona”. Quando gli chiedono se a 250 libbre e con le sue capacità di bloccare non avesse mai pensato di convertirsi come tackle, scherza: ”Se aggiungessi 50 libbre sarei un tackle come non ne avete mai visto. Comunque non ho mai dovuto fare tanto pass-blocking come quest’ anno. Se mi aveste detto che dopo cinque partite avrei avuto solo cinque ricezioni vi avrei preso per pazzi”.
Durante la registrazione della chiacchierata con Davis ho modo di notare quanto sia enorme Jonas Jennings visto da vicino e di ammirare i tatuaggi che ornano il tronco di Isaac Sopoaga, tatuaggi che unitamente alla lunghissima capigliatura gli danno un aspetto da vero combattente Maori. Intanto Ronnie Fields ravviva lo spogliatoio lanciandosi in una superba esecuzione vocale di un pezzo soul, ed un paio di compagni si cimentano in un balletto sulle note del nostro emulo di Solomon Burke.
A questo punto le “media activities” sono terminate, inizia l’ allenamento in shoulder pads ed i giornalisti si ritirano di nuovo nella saletta stampa per inviare il loro lavoro alle testate.
Anche il mio tempo alla facility è terminato, saluto Jason Jenkins, lo ringrazio per avermi fatto passare una delle giornate più belle della mia vita, e gli dico che se dovesse un giorno venire in viaggio in Italia sarei felice di fargli da guida, almeno per quello che riguarda la zona di Napoli e dintorni.
Jason Jenkins scherza con Vernon Davis
Una mezz’oretta più tardi, seduto su una panchina sotto il caldo sole di un pomeriggio Californiano, non realizzo ancora se tutto questo è stato reale. Solo 48 ore prima entrare nella facility dei San Francisco 49ers mi sembrava uno di quei sogni irrealizzabili ed ora sono qui addirittura in preda al rimorso che se avessi avuto più tempo per prepararmi la cosa potevo, che so, fare un’ intervista a Joe Nedney, oppure…
I due giorni successivi sono dedicati comunque al football in modo, se mi si passa il termine, gerarchico e di preparazione alla partita dei Niners di domenica.
Infatti il venerdi assisto ad un divertente incontro di High School al mitico Kezar Stadium ed il sabato vado a Palo Alto per gustarmi una epica sfida tra i college di Stanford e Arizona, risolta a favore dei padroni di casa con una rimonta all’ ultimo secondo.
Ciliegina sulla torta di questa giornata l’ incontro casuale e foto di rito con l’ ex defensive tackle dei 49ers Dana Stubblefield!!!
Dana Stubblefield
Gameday!
Domenica 12 Ottobre, alle 10 del mattino, in una stupenda giornata di sole, è tempo di kickoff per le “early games” della schedule Nfl e tempo di mettersi in coda ad Union Square alla fermata del 79X, il bus della Muni che assicura il servizio da e per la stadio nei giorni in cui giocano i 49ers. Una allegra folla di fans delle due squadre invade la città dalle prime ore, quasi tutti indossano jerseys con i nomi di Gore, Davis, McNabb, Westbrook, Willis, ma si notano anche le costosissime (180.00 $ !!!) throwback di Montana, Lott, Rice, Young, Rathman e co.
L’ atmosfera a bordo dell’ automezzo è ravvivata da un paio di maturi “49ers faithful” che raccontano aneddoti sulla loro quasi cinquantennale militanza, e ne hanno da raccontare, dato che hanno visto giocare gente come John Brodie, Gene Washington, Abe Woodson, Bob St. Clair (tra quelli che sento nominare), oltre naturalmente ad aver vissuto i tempi d’ oro degli anni ’80 e ’90.
A un tratto il conducente afferma candidamente di non conoscere la strada che porta allo stadio (!), ed uno dei due signori si incarica, tra l’ ilarità generale, di mostrargliela. Immagino che siano le stesse cose che succedono sui mezzi pubblici che trasportano i tifosi Italiani alle partite di calcio!
Mentre la nostra improvvisata guida dal timbro di voce baritonale si sgola per far prendere la freeway all’ autobus, il conducente si distrae e manca la rampa di uscita. Le risate a bordo si moltiplicano ed il signore, forse per scusarsi con i tifosi degli Eagles a nome della città che ha messo su un mezzo pubblico un freak in evidente stato confusionale, se ne esce con: “Welcome to San Francisco, Philadelphia, you’re entering the city from the back door!”, ed a questa esclamazione si alza un coro di “Let’s go Eagles!” che ci accompagna fino al Candlestick, visto che finalmente imbocchiamo la giusta rampa.
Come suol dirsi: “Only in San Francisco”.
Eccomi al Candlestick Park per la prima volta nella mia vita. Si, per la prima volta, perché tre anni fa sono stato in uno stadio che si chiamava “Monster Park”, ma il posto mi sembra lo stesso, cosa sarà accduto? Ah ecco, forse un’ insurrezione popolare di tipo restaurativo ha fatto in modo che allo stadio sia stato dato di nuovo il nome che gli compete, il mitico nome che ha visto il nascere di una delle dinastie più gloriose del football moderno, il nome che c’è scritto sulla biografia dei Beatles alla voce “ultimo concerto completo suonato”, un nome che era il terrore delle squadre di baseball che venivano da altre città e sapevano di dover giocare al gelo e con una pallina che si sarebbe inevitabilmente persa nelle folate di vento che soffiavano dalla baia. Ebbene è proprio così, da quest’ anno il Candlestick Park ha riconquistato il proprio nome anche dal punto di vista ufficiale, sui biglietti, sulle indicazioni stradali, ecc., visto che comunque nessuno usava i nomi degli sponsors che dal 1995 hanno tentato senza successo di appropriarsi di una fetta di tradizione popolare.
Come al solito: “Only in San Francisco”.
Lo shop all’ interno del Candlestick
Un quarto d’ ora circa dopo essere entrato, una giornata da ricordare per sempre stava per tramutarsi in una tragedia: vedo da lontano Keena Turner, ex linebacker degli anni d’ oro che ora ricopre un importante ruolo all’ interno dell’ organizzazione con la carica di “Vice president for football affairs”, ed il mio istinto di cacciatore di autografi mi mette nei guai perché, cercando di raggiungerlo, inavvertitamente esco dal perimetro considerato “dentro lo stadio” senza prima aver preso uno dei pass necessari per rientrare.
Quando me ne rendo conto e cerco di spiegare la cosa all’ impiegato che intanto vuole annullare il mio biglietto perché risulta ovviamente già usato in precedenza, penso alle possibili soluzioni per rientrare: la più semplice è comprare un altro biglietto; il piano B è mettersi a piangere esibendo passaporto e ricevuta di Ticketmaster per l’ acquisto sperando di intenerire il tipo; poi ci sarebbe la soluzione all’ Italiana “Lei non sa chi sono io, per favore mi chiami il mio amico Jason Jenkins”, ma fortunatamente non ho bisogno di ricorrere a stratagemmi vari né di mettere mano al portafogli perché l’ impiegato chiama una sua dirigente che, colpita dalla mia faccia da bravo ragazzo, mi lascia di nuovo entrare.
Passati i momenti di panico decido di andarmi a sedere al mio posto e di fare il bravo fino all’ inizio della partita. Devo solo resitere all’ idea di un’ invasione di campo (con conseguente arresto) quando a pochi metri da me si materializza nientemeno che John Taylor, che servirà da capitano onorario per la giornata.
John Taylor (al centro)
Già, la partita: il giorno prima gli Eagles hanno dichiarato ufficialmente out Brian Westbrook per un infortunio alle costole, è un peccato perché non vedrò giocare una delle scoring-machines più spettacolari di tutta la lega. La sua assenza si aggiunge a quella dei due ricevitori titolari, Reggie Brown e Kevin Curtis ed a quella della guardia Shawn Andrews, che è un pro-bowler: in pratica l’ attacco di Philadelphia sulla carta sembra ridotto all’ osso.
Mike Nolan
Al posto di Westbrook parte titolare Correll Buckhalter e Mike Nolan rende un’ infelice dichiarazione alla stampa dicendo che “Buckhalter, Buckwalter, whatever, is a very good back”, ed aumentando in questo modo la già copiosa quantità di critiche che gli piovono addosso da qualche settimana per motivi ben più importanti. Comunque “Mister Whatever” probabilmente se la lega al dito e si esibisce in una performance all-around degna del suo collega Westbrook, con 178 yards totali ed un touchdown.
Un altro che decide di dimostrare qualcosa, nella sua prima Bay-Area performance dai tempi del college, è De Sean Jackson, praticamente imprendibile per i defensive backs dei Niners, che totalizza 98 yards su ricezione, di cui una particolarmente spettacolare, in elevazione ai limiti della sideline, che setta un field goal con cui gli Eagles si portano sul punteggio di 17-6 verso la fine del secondo quarto.
Seguo il primo quarto da una poltroncina a bordo campo, approfittando del fatto che il legittimo possessore di quel biglietto si starà ancora ingozzando di hot-dogs, e realizzo che da quel posto si scattano delle belle foto ma è impossibile guardare per bene la partita, dato che il livello è troppo basso e tutte le persone sulla sideline occupano la visuale, basta salire di una decina di file e la prospettiva migliora, però ci si allontana troppo dal gioco, ergo: forse il Candlestick non è più uno stadio adeguato per i moderni standards della Nfl. Facendo il paragone con la visione perfetta del giorno prima a Stanford capisco perché i 49ers sentano l’ esigenza di uno stadio nuovo.
La tribuna
Un’ altra differenza che balza subito all’ occhio, questa volta riguardo il gioco in se stesso, è la velocità di esecuzione del pro-football rispetto a quello di college, ed il fatto di aver assistito alle due partite in due giorni consecutivi non fa altro che accentuare questa impressione. Infatti ci metto quasi tutto il primo quarto per abituarmi al ritmo, all’ inizio mi sembra di vedere delle immagini in fast forward, figurarsi come deve sentirsi in campo il povero J.T. quando arriva Brian Dawkins in blitz!
I 49ers nel primo tempo corrono bene e finalmente O’ Sullivan e Vernon Davis sembrano “on time”, tanto che il tight end mette su dei bei numeri a fine partita, 5 ricezioni per 75 yards: il migliore allenamento dell’ anno, come aveva dichiarato Martz giovedi, forse produce gli effetti sperati.

L’ attacco dei Niners prima dello snap
L’ attacco raggiunge due volte la red-zone avversaria ma ne esce con solo due field goals, poi una prima scossa alla partita la regala il grandissimo Joe Nedney che confeziona un field goal-bomba dalle 53 yards. Ma il vero e proprio capovolgimento dell’ inerzia della gara arriva sull’ ultimo gioco del primo tempo, quando Ray Mc Donald blocca un tentativo di calcio, la palla cade tra le mani di Donald Strickland che sprinta verso la endzone avversaria tra il tripudio del pubblico.
Durante l’ halftime l’ anziana signora al mio fianco, che capeggia una comitiva di scatenate fans e season ticket-holders da oltre 40 anni, vorrebbe sapere se io vengo dalla Russia, se addirittura “possiedo” (come dice lei) quel posto per quella partita o sono un abusivo ed ovviamente si meraviglia che un Italiano possa avere una passione per una squadra Americana ed aver comprato legalmente un biglietto per il Candlestick. Le quattro amiche producono più rumore dei “Niner Noise”, la batteria di drummers che ravviva il tifo al Candlestick insieme alle Goldrush (spettacolari, come al solito!) ed a Sourdough Sam dal look rinnovato (senza barba, il che fa meno cercatore d’ oro), però quando dico alla signora di essere stato lì anche tre anni prima lei ammette malinconicamente: “Oh, three years ago it was a very different team” – pausa con sospiro, ed io non capisco cosa ci sia da rimpiangere della stagione 2005 – “Wasn’t Steve Young playing again?”. Ecco a cosa era dovuto il sospiro! A Napoli si direbbe che Dio da il pane… ma lasciamo stare che sta per iniziare il secondo tempo.
Il terzo quarto è ancora appannaggio dei Niners, che però non riescono a dare il colpo del k.o. agli Eagles quando, sul 23-17 a proprio favore e con la palla sulle 3 yards di Philadelphia, danno un paio di “goal-line carries” a De Shaun Foster invece di insistere con Frank Gore, che fino a quel momento si era rivelato un rebus arduo da risolvere per la difesa, devono accontentarsi di tre punti del solito Nedney e qualcosa sembra scattare in positivo per gli Eagles, che si sentono graziati.

Donovan Mc Nabb
In particolare salgono in cattedra Donovan Mc Nabb, che si dimostra ancora una volta un leader, e la difesa di Jim Johnson, che inizia a chiudere tutti gli spazi possibili. La pressione su O’ Sullivan diventa insostenibile ed il quarterback si rende responsabile di tre turnovers che chiudono l’ incontro. Il punteggio finale sarà di 40-26, con 23 punti subiti dalla difesa dei 49ers negli ultimi 11 minuti del 4° quarto, un tracollo.
Lo stadio si svuota rapidamente, Nolan esce mestamente dal campo, per l’ ultima volta. La prossima partita al Candlestick vedrà infatti nelle vesti di head coach ad-interim Mike Singletary, dato che la dirigenza deciderà di terminare il rapporto con Mike Nolan dopo la sconfitta della settimana seguente a New York.
Quando sono stato a San Francisco tre anni prima ho assistito alla prima partita come capo allenatore di Nolan, una partita vinta contro dei St.Louis Rams molto più competitivi di quelli attuali e c’ era un clima di eccitazione per quella che sembrava essere una nuova era nella storia della franchigia Californiana, ora invece sono stato testimone della fine ingloriosa di quella speranza, ed i Niners hanno obbiettivamente ancora tanta strada da fare per tornare a dei livelli competitivi in questa Lega. Alpha & Omega…
Adiòs, mitico Candlestick Park, chissà se ci rivedremo ancora.
Domenico Cecaro